Rileggendo Dante
un aiuto a leggere la comune esperienza
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Il testo che segue, non rivisto dall'autrice, è la trascrizione di una conferenza tenuta nel corso di un incontro non pubblico. Ovviamente lo stile riflette un parlato informale e colloquiale (tra amici). Alcune parti del testo originale sono state tagliate. I titoletti sono nostre aggiunte.
l'inizio del poema
Parto con le prime terzine che tutti conosciamo [..] Tutto ciò che è frutto di esperienza, deve essere continuamente rivisitato. Ciò che è frutto di esperienza va continuamente rivissuto, per cui è solo un'introduzione quella che facciamo questa sera, non potrebbe assolutamente avere la pretesa di essere esauriente, per la contradizion che nol consente', direbbe Dante. È esperienza e quindi è nel presente.
Ma appunto dell'inizio del poema, vorrei subito farvi notare che Dante parla di una circostanza precisa: mi ritrovai, nel mezzo del cammin di nostra vita'. Mi ritrovai': una presenza precisa. La leggo. 1
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ah! quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!
Tant' è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'io vi trovai,
dirò dell'altre cose, ch'i' v'ho scorte'.
[...] la strada era smarrita, non era perduta. Ma soprattutto al quarto verso dice Dante: Ah! quanto a dir qual era è cosa dura', com'è difficile dire a parole che esperienza drammatica è quella di perdersi nella selva del peccato, perché la selva è l'emblema del peccato, dell'allontanarsi da Dio. E mi colpiva molto vorrei che poteste notare anche voi che prima c'è un fatto e poi c'è il pensiero su quel fatto. Come è giunta a noi, invece, la realtà è proprio ribaltata, come se quel che pensassimo potessimo farlo essere. Invece Dante ci fa capire che tutto il dramma della comunicazione è un fatto che è accaduto.
[Dante non è solo]
Ma qual è il secondo passaggio? Dante si è smarrito, ed è un passo che vorrei leggervi. Ma c'è un disegno più grande su di noi, c'è un soccorso, c'è una misericordia. Il secondo brano che vi leggo è tratto dal secondo Canto dell'Inferno e i primi versi sono la narrazione che Dante fa di se stesso. Alla fine del primo Canto era deciso di andar dietro a Virgilio, dietro a una guida. Nel secondo Canto s'arresta. S'arresta, dubita, esita, proprio come noi. E dice infatti: 2
Ma io perché venirvi? O chi l concede?
Io non Enea, io non Paolo sono:
me degno a ciò né io né altri crede.
Per che, se del venir io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.'
[...] lui dice: perché io devo venire? Non sono san Paolo, che aveva il compito di convertire i gentili, non sono Enea, che aveva il compito di iniziare l'impero romano, quella forma di governo che Dante ritiene consacrata anche dal fatto che Cristo è nato sotto l'impero romano. Io, perché devo venire? Ho paura che, se io m'abbandono a venire, temo di essere folle, di fare un passo ingiusto per me, a cui sono inadeguato. Qual è l'unica risposta? La risposta gliela dà a lungo Virgilio, spiegando bene come sono andate le cose. E come sono andate le cose? Che lassù, in cielo, qualcuno ha visto la drammatica e pericolosissima sua situazione: che avrebbe potuto perdersi irreparabilmente. E chi è che si accorge per primo? Maria. Maria va, poi, da santa Lucia e dice: Ma, senti, questo qui che è devoto così a te - Per capire come Dante ha potuto scrivere tutto il poema, ci dobbiamo immedesimare un po' nel tempo del medioevo: lume di candela e la candela (la cera era già preziosa) era di sego, magari, e quindi creava un clima affumicato, gli occhi lacrimavano , e lui lo dice nel poema, e Lucia, protettrice degli occhi, è colei a cui Dante è devoto ma da chi va Lucia? Lucia va da Beatrice, colei che è stata il segno definitivo, decisivo per Dante. Colei attraverso cui è passata la sua chiamata, la sua chiamata alla vita come vocazione, come vocazione umana e poetica. E Beatrice scende nel limbo a chiedere l'aiuto di Virgilio. E Virgilio così racconta e vi leggo quello che vi ho anticipato. 3
Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo impedimento ov'io ti mando,
[è Beatrice che parla]
sì che duro giudicio la sù frange.
[è terribile il giudizio che si dibatte in cielo su di lui]
Questa chiese Lucia in suo dimando,
e disse: Or ha bisogn, il tuo fedele,
di te, ed io a te lo raccomando.
Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse e venne al loco dov'i era,
che mi sedea con l'antica Rachele.
Disse: Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te della volgare schiera?
Forse non tutte le parole sono chiare, ma è bello perché è riportato come discorso diretto e è un fatto che lassù è avvenuto, e una si è mossa. È proprio il soccorso che fa muovere. È l'affezione che fa muovere: Maria è andata da Lucia, Lucia è andata da Beatrice e l'ha chiamata loda di Dio vera, perché Dante, nella Vita Nova' aveva scritto la poesia di loda per lei, che vuol dire, in parole più semplici, ma certo con una grande profondità, Beatrice lode di Dio, così l'aveva cantata Dante nel momento in cui aveva intuito che l'amore per lei era un amore gratuito» [...]un «'amore commosso, con un distacco dentro. E allora dice: perché non soccorri colui che ti amò tanto che, per te, uscì dalla volgar schiera, cioè ha potuto dire io' per te, Beatrice. Ha potuto distinguersi, ha potuto avere un volto, un'identità.
E così, Beatrice giunge da Virgilio e Dante incomincerà, poi, nel terzo Canto il suo viaggio.
[lo smarrimento di Dante]
[...] che cos'è questo suo smarrimento, questa sua discesa agli inferi? [...] quel rapporto con la realtà, con la realtà come segno, che lui non ha saputo tenere, lui Dante, ora deve acquistarlo per altra via. E così dovrà imbattersi con la deviazione da Dio, col peccato, col male e saprete, anche meglio di me, che è la lupa che non riesce a superare, che è proprio l'emblema del male. Quindi deve tenere un'altra via e tutti gli incontri che farà, saranno l'attestazione di questa deviazione, di questa libertà che ha detto di no a Dio, che ha detto di no al senso della realtà. E immedesimandosi fino in fondo, andando al fondo di questa lontananza, di questo non-essere, riuscirà a superarlo e a ritrovare il suo vero io.
Dell'Inferno, io pensavo di leggervi ancora un paio di brani del canto di Ulisse, perché a questo punto è giusto dire più esplicitamente di quanto non ho fatto prima che il viaggio che Dante compie è la vita, è il viaggio della vita. È il viaggio che ognuno di noi intraprende cercando di raggiungere il sommo Bene, ciò da cui è partito, di ritornare al Bene supremo, dal cui grembo è emerso. E nella figura di Ulisse [...] Dante pone sé. Adesso noi lo leggiamo e poi vedremo la differenza. Ulisse sta già raccontando. Virgilio gli ha chiesto: Ma com'è finita la tua vita?' E' interessante che la domanda sia sul fine della vita, perché il fine della vita mette in chiaro com'è stato l'inizio. Allora lui racconta e dice. 4
.
..Quando
mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
[finita la guerra di Troia, Ulisse ha fatto dieci anni di peregrinazione per tornare ad Itaca e s'è fermato anche lui a Gaeta dove proseguo nella lettura si fermerà anche Enea nel suo viaggio da Troia a Roma]
prima che sì Enea la nomasse;
né dolcezza di figlio, né la pièta
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potèr dentro da me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e delli vizi umani e del valore:
ma misi me per l'alto mare aperto,
sol con un legno e con quella compagna
picciola dalla qual non fui diserto.
Cosa dice? Non mi poterono trattenere a Itaca né la dolcezza dell'amore per Telemaco, mio figlio, né la pietà - così definivano i latini l'amore per gli dèi, per il padre e per la patria, per Laerte, il vecchio padre - né l'amore dovuto, perché il connubio che lo legava a Penelope, doveva fargli nutrire questo amore che avrebbe fatto lei lieta, non poterono vincere - dice - dentro me, l'ardore.
Le parole son tutte, sempre significative, perché vedete, con Dante, ancora le parole sono legate alla realtà [...] non sono dei puri nomi, come sarà dopo che io ebbi a divenir del mondo esperto. L'esperienza: esperto di che cosa? Dell'umano, perché si è esperti solo dell'umano. Ma misi me per l'alto mare aperto': intraprende un altro viaggio. E poi il verso dice: Sol con un legno e con quella compagnia picciola', con quei pochi compagni da cui non fui mai abbandonato. Ricordatevi questo sol', un legno', picciola compagnia'. Poi prosegue e dice che intraprende il viaggio e cogliamo, adesso, Ulisse, nel momento in cui incoraggia i suoi compagni, giunti alle colonne d'Ercole, là dove erano posti i termini del mondo conosciuto, a fare questo passo, a non cedere di fronte a questo passo, di fronte all'ardore di conoscenza, perché l'uomo è fatto per questo, per conoscere, per sospingersi verso l'infinito e così lui apostrofa i suoi compagni: 5
O frati, - dissi, - che per cento milia
perigli siete giunti all'occidente;
a questa tanto picciola vigilia
de' nostri sensi ch'è del rimanente,
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E, volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
È un «appello al grande sigillo che c'è nel cuore dell'uomo, a quella grande impronta di Dio che c'è, per cui noi siamo fatti per "seguir virtute e conoscenza." Ma a questo punto si innesta Dante. Perché il viaggio di Ulisse è destinato, - come dicono i versi che adesso non leggo - a terminare tragicamente. Perché? Perché è stato un viaggio senza guida e senza domanda. Lui, solo, un'umanità che non si è riconosciuta dipendente da Altro, mentre Dante è l'erede di Ulisse e il suo volo non sarà folle, perché: come spesso dice Dante e ripete Virgilio a tutti i mostri che cercano di impedire il cammino di Dante Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare'. Questo viaggio è voluto in cielo, è voluto dal disegno grande, è voluto dal Mistero.
[nel Purgatorio]
Uscito dall'Inferno, Dante giunge all'isola, quell'isola che intravedono Ulisse e i suoi compagni, nera, all'orizzonte, giunge all'isola dove sorge la montagna del Purgatorio. E qui fa degli incontri interessanti, peccatori, anche queste anime, che penano qui, nell'espiazione di quell'ombra che rimane, di quell'integrità umana che è venuta meno col peccato. Però tutt'altro clima si diffonde intorno a queste anime, - e questo è il punto centrale di quello che vorrei dire perché queste anime si sono pentite in vita. Hanno peccato, ma si sono pentite e tutta diversa è la loro statura: non più un'ostinata presunzione, una chiusura, ma uno stupore, un'apertura, un desiderio di assolverla questa pena, per poter giungere alla gioia. Vi leggo qui un brano del terzo canto del Purgatorio, dove Dante incontra Manfredi. Il ritratto di Manfredi è secondo i canoni dell'epoca, "biondo era e bello e di gentile aspetto", come secondo la letteratura cortese del principe, del cavaliere. E tutte la anime del Purgatorio hanno anche un'altra caratteristica: quella che vivono una coralità tra loro. Questo incontro è preceduto da una similitudine bellissima in cui le anime si stupiscono perché Dante è col corpo in questo viaggio, che è con lui tutto intiero, perché è un'esperienza reale, non un prodotto della mente. E si stupiscono del sole, che sorge al mattino e scende la sera, perché il Purgatorio non è un regno eterno, ma è un regno temporaneo e tanto assomiglia alla nostra terra, perché questo è in continuità con il Purgatorio che, per certi versi, qui già si vive. Ha la tentazione, ha il pentimento, ha la sofferenza. E si stupiscono perché questo sole che sorge al mattino, passa attraverso la sagoma di Virgilio che è un corpo fantasma per così dire fatto di particelle, ma inconsistente; Dante invece ha il corpo e il sole batte e lui getta ombra. E loro sono stupiti e timidi, e tutte queste anime, che per altro sono di quelli che si sono pentiti all'ultimo momento della vita, e sono quindi nell'antipurgatorio, Dante le assomiglia a delle pecorelle, che una fa quello che fanno le altre, timide. Ma leggiamo l'incontro.6
Ed un di loro incominciò: « Chiunque
tu se', così andando volgi il viso!
Pon mente se di là mi vedesti unque ».
Io mi volsi vèr lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.
Quand'i' mi fui umilmente disdetto
d'averlo visto mai, ei disse: « Or vedi! »,
e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.
[Qui c'è il tema della carne. Vedono la carne di Dante e pensano alla loro carne sulla terra, qui morta di morte violenta].
Poi sorridendo disse: « Io son Manfredi,
nipote di Costanza imperadrice;
ond'io ti priego che, quando tu riedi,
vada a mia bella figlia, genitrice
dell'onor di Cicilia e d'Aragona,
e dichi il vero a lei, s'altro si dice.
Poscia ch'io ebbi rotta la persona [dopo che fui morto]
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei'.
Vedete, questa è proprio un'umanità consapevole della propria fragilità, è certa del volto buono del Mistero. Ed ecco questo invito a che Dante, quando tornerà sulla terra, vada da sua figlia, che si chiama Costanza come la nonna, e chieda preghiere, perché queste anime non sono un solo', come Virgilio, ma ora, poi tra loro, sono solidali nella pena e chiedono anche loro, che sono la Chiesa che si purifica, l'aiuto della Chiesa dei viventi che siamo noi, quelle preghiere che possano abbreviare il tempo della loro pena.
Ecco, passo ora al punto centrale: il tema del peccato e del pentimento, così continuamente visitato dal poeta, porta al cuore del problema umano che è, per Dante (e noi molto più di altri possiamo capirlo per tutto quello che ci è stato insegnato), il problema umano per eccellenza, è il problema della libertà.
[il problema della libertà]
Emerge bene questo problema, che poi continuerà nel Paradiso e negli ultimi brani che leggo, nell'incontro con Marco Lombardo. Dante, qui, come uomo serio, impegnato, gli fa una domanda e dice: 7
Lo mondo è ben così tutto diserto
d'ogni virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m'addite la cagione,
sì ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ché nel cielo uno, ed un qua giù la pone.
Cioè Dante dice: spiegami tu! Questo Marco Lombardo, di cui si sa pochissimo, se non che era un uomo di corte, un uomo politico, quindi, con cui Dante può intendersi molto, per cui la politica è stata una passione della vita, è stato sempre laico, dentro nel mondo. Allora dice: spiegami , qui nel mondo si dicono tante cose, - me l'hai appena detto anche tu che il mondo è gravido di malizia, c'è tanto male, e tanti dicono che è colpa del cielo, dell'influsso delle stelle, (oggi non diremmo così, diremmo è colpa d'altri, è la società, sono gli altri, è l'altro) oppure qualcuno dice che siamo più responsabili noi. Ora non vi leggo, - ma sarebbe bello come si adira Marco Lombardo, anche perché è nella cornice degli iracondi, quindi ne ha ben donde. E' molto contrariato e spiega a Dante bene come stanno le cose. Dice: 8
Voi che vivete ogne cagion recate
per suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Ed è vero, noi diciamo così, come se tutto meccanicamente accadesse. Al di là della lingua dice proprio cose che ci interessano.
Se così fosse, in voi fòra distrutto
Libero arbitrio, e non fòra giustizia;
per ben letizia, e per male aver lutto.
Se così fosse, non sareste liberi e non sarebbe giusto, per aver fatto il bene essere lieti e per aver fatto il male vivere il lutto, vivere la pena. E poi spiega, e qui tenete conto che c'è la mentalità dell'epoca , per cui gli astri hanno una certa incidenza, però poi arriviamo al dunque.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma posto ch'i' l dica,
lume v'è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
nelle prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
Ammettiamo che gli astri incidano, però poi voi l'avete tutta la libertà, se vi nutrite bene (ogni parola andrebbe ripresa)
A maggior forza ed a miglior natura
Liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, [la ragione che c'è in voi è direttamente dono di Dio]
che il ciel non ha in sua cura. [il cielo con tutti gli astri, non il cielo...
non entra a quel livello]
Però, [che in Dante vuol dire perciò] se il mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
ed io te ne sarò or vera spia. [con tutta l'immagine bellissima se vorrete andare a leggere dell'anima "semplicetta " che esce dalle mani di Dio]
Ma il tema della libertà è bene espressa in questa terzina del Canto V del Paradiso. Spiegare il Paradiso sarebbe bellissimo, ma noi diciamo solo questo: che le domande che Dante fa a Beatrice o alle anime che incontra, sono i passi che Dante fa in questo luogo che è il Paradiso, che è senza spazio e senza tempo, perché è eterno. È il vertice dell'esperienza, è l'uomo ormai tornato integro. Così è Dante, dopo che Beatrice è venuta a lui incontro nel Paradiso terrestre ed è la nuova guida, non l'ultima, perché l'ultima sarà san Bernardo, che pronuncia quell'inno a Maria, che [...] leggeremo alla fine.
Nel cielo di Venere, lui ha incontrato una sua amica d'infanzia ve lo leggerò in un secondo momento e qui ci sono, nel cielo della Luna, le anime che non hanno mantenuto i voti. Comunque, a proposito dei voti, io vi leggo solo questo, perché è troppo bello: qui Beatrice lo spiega proprio bene a Dante e dice che si può far dono a Dio solo del maggior dono che ha ricevuto da Lui, che è la libertà. Così dice a Dante: 9
«Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando ed alla sua bontate
più conformato e quel ch'Ei più apprezza,
fu della volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
e tutte e solo, fuoro e son dotate.
[l'incontro con Piccarda]
Questo il bene più grande dell'uomo: la sua libertà. Ma a cosa è chiamata la libertà? Qui dice: il più conforme a quello che Dio apprezza. La libertà è il mio io che è chiamato a interloquire col Tu, che è Dio. E infatti, a Piccarda, che non ha riconosciuto al primo momento, perché più bella che in vita, domanda una cosa bellissima, secondo me, perché ci ricorda proprio quei due aspetti che sono la caratteristica del nostro io, [...] perché l'io è fatto di giudizio e di affezione. Allora Dante dice: tu, cara, sei qui nell'ultimo cielo: non ti dispiace di esser così in fondo, non vorresti esser più su, per aver più amici e per vedere di più? Che son proprio le due attese della vita. E Piccarda risponde. Qui è Dante che parla: 10
«Ma dimmi: voi che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?» [Questa è la domanda di Dante]
Con quelle altr'ombre [le altre anime, evanescenti, delicatissime, quali per vetri trasparenti e tersi' (...)]
pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose, tanto lieta
ch'arder parea d'amor nel primo foco:
« Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.
Se disïassimo esser più superne,
fòran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne:
che vedrai non capére in questi giri,
s'essere in caritate è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
Anzi è formale ad esto beato esse
E' proprio l'Essere, scritto in latino, la nostra forma dell'io, la forma del nostro io è proprio quella di tenersi dentro la divina voglia. Questo è il compiersi della libertà: stare con la voglia di Dio, con la libertà di Dio.
per ch'una fansi nostre voglie stesse.
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
com'allo Re ch'a suo voler ne invoglia.
E n la sua volontade è nostra pace:
ell'è quel mare al qual tutto si move
ciò ch'ella cria e che natura face».
Piccarda risponde sorridendo perché, se nel Purgatorio la dimensione è quella della coralità e le anime si rivolgono a Dante perché chieda preghiere per loro, nel Paradiso la legge è la carità, è l'affetto, è l'ardore. Ogni domanda che Dante fa a loro, permette loro di amarlo di più e di amar di più Dio. E allora lei dice: se desiderassimo essere più in su, i nostri desideri sarebbero discordi da quelli di Colui che governa questo Regno, ma allora non sarebbe più il bene assoluto. La nostra libertà è in pace solo quando è conforme alla sua volontà.
Prima della preghiera volevo leggervi ancora due piccoli brani, due espressioni di questa carità, di questo affetto, di questo amore . Il primo lo traggo dal Canto VI. È l'incontro che Dante fa con Romeo di Villanuova. La libertà è adesione al volere di un Altro, che si palesa nelle circostanze, che possono essere diverse e possono chiedere sacrificio, ma è abbracciandole che uno incontra il Mistero. Chi era questo Romeo di Villanuova? anche lui un uomo politico. È un uomo di corte, di Raimondo Beringhieri e che ha proprio lavorato bene, ha fatto sì che rendesse bene il patrimonio di questo feudo, sì che le quattro figlie di Raimondo han potuto tutte diventare regine, sposare dei re, e sapete che la dote era importante. Ed ecco, l'invidia che si annida nel cuore dell'uomo, quella per cui Pier delle Vigne, per le calunnie avute e il timore di aver perso la fiducia del suo principe si era tolto la vita; qui invece, Romeo di Villanuova va ramingo nel mondo, esule, come Dante. Esuli un po' come siamo noi, in cammino verso la patria celeste, che è la patria vera. E così ha mendicato facendosi ospitare dalle varie corti. Questa luce, nel cielo di Mercurio, è indicata da Giustiniano. 11
E dentro alla presente margarita
Luce la luce di Romeo, di cui
Fu l'ovra grande e bella mal gradita.
Ma i Provenzali che fecer contra lui
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
Ramondo Beringhieri; e ciò gli fece
Romeo, persona umile e peregrina;
e poi il mosser le parole biece
a dimandar ragione a questo giusto,
che gli assegnò sette e cinque per diece.
Indi partissi povero e vetusto; [vecchio]
e se l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,
assai lo loda, e più lo loderebbe.
Il compiersi della vita: per questo più lo loderebbe , non solo perché è andato ramingo così, ma per il cuore grande che ha tenuto fisso al valore, alla meta, fisso a Dio, per cui ha compiuto la sua vita accettando la circostanza. E sempre questa libertà che dice di sì al Mistero, la libertà che riconosce di appartenere all'Essere, vi aderisce, genera una fraternità, una concordia affettiva.
Con i versi che adesso vi leggo, Dante indica l'ardore con cui i seguaci di Francesco seguirono Francesco d'Assisi. 12
La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facìeno esser cagion di pensier santi;
tanto che 'l venerabile Bernardo
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, gli parv'esser tardo.
Cioè, la concordia che c'era fra questi che seguivano Francesco, - io domando a Dio che si possa dire di noi la loro concordia e la loro unità e la loro letizia, l'amore che avevano tra loro, la capacità di stupirsi e il dolce sguardo facevano nascere negli altri pensieri santi. Tanto che Bernardo si scalzò, cioè scelse la povertà, tolse le scarpe e andò a piedi nudi, o mise i calzari, e il suo andar dietro a Francesco e agli altri fu di corsa, ma a lui sembrava di andar troppo tardi, tanto era l'impeto.
[l'inno alla Vergine]
Adesso leggo da ultimo l'inno alla Vergine. Io dico solo che qui si compie la narrazione di Dante. Veni, Sancte Spiritus, veni per Mariam: è il livello ultimo dell'umano. È “la carne” senza equivocità [...]. In questa preghiera si compie il cammino, perché il cammino si compie sempre nella preghiera. Io lo leggo e poi ve lo parafraso. 13
«Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l'amore
per lo cui caldo nell'eterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se' a noi meridïana face
di caritate; e giuso, intra i mortali,
se' di speranza fontana vivace.
Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz'ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Or questi, che dall'infima lacuna
dell'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con gli occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute».
Questa è la preghiera che Bernardo, appassionato di Maria, rivolge a lei. Vergine e pur madre, tu, figlia di Colui che ha voluto esser tuo figlio. Umile, humus in latino è terra, la terra. Umile e alta, profonda più di ogni altra creatura, termine fisso, deciso dall'eternità. Tu sei colei che ha nobilitato la natura umana cosicché il suo Fattore, Colui che ha fatto la natura umana, non ha disdegnato di diventare tua creatura. Nel tuo ventre si è acceso l'amore, per lo cui caldo', per questo amore [...] nell'eterna pace, così è germinato questo fiore', tutta la candida rosa dei beati e Maria. Qui, cioè in cielo, sei per noi una fiaccola splendente, come splendente è il sole a mezzogiorno, una fiaccola splendente di carità, e giù, tra i mortali, sei fontana vivace, sempre viva, di speranza. Donna, sei tanto grande e tanto grande è il tuo valore, che chi vuole una grazia e non ricorre a te, è come se volesse che il suo desiderio volasse, ma senza le ali. La tua benignità, il bene concepito, custodito, amato, non solo viene in soccorso a chi domanda, ma molte volte, liberamente, anticipa la domanda: “precorre al dimandare”'. In te la misericordia, in te la pietà, in te il render grande tutto, in te si raduna tutto ciò che di buono è nel creato. Ora, dice Bernardo costui, e indica Dante, che dal profondo dell'Inferno fin qui, ha veduto tutte le condizioni dell'animo: la dannazione, la purificazione e la beatitudine, perché beatus in latino vuol dire felice - è il regno della felicità, ti supplica, per grazia, che tu infonda in lui una tale virtù, che possa con gli occhi levarsi più in alto verso l'ultima salute, possa veder Dio: Innalzate nei cieli lo sguardo. Questo è ciò che ci concede Maria.
note
1 Inferno, C. I, 1-9
2 Inferno, C II, 31- 35
3 Inferno, C II, 94 - 105
4 Inferno, C. XXVI, 90- 102
5 Inferno, C. XXVI, 112 - 126
6 Purgatorio, C. III, 103 - 123
7 Purgatorio, C. XVI, 58 - 63
8 Purgatorio, C. XVI, 67 - 84
9 Paradiso, C. V, 19 - 24
10 Paradiso, C. III, 64 - 87
11 Paradiso, C. VI, 127 - 142
12 Paradiso, C. XI, 76 - 81
13 Paradiso, C. XXXIII 1- 27